Archivi quotidiani: 10 gennaio 2017.

Una lettura in italiano del commento di Nicholas Klacsanzky allo haiku di Lucia Fontana – nebbia d’inverno – pubblicato sul Haikucommentary il 7 gennaio 2017, tradotto da Oscar Luparia

Di   10 gennaio 2017

nebbia d’inverno
la radice del cielo
è invisibile

© Lucia Fontana

Akitsu Quarterly, winter issue, 2016

Quello che mi piace di più di questo haiku è la sua connessione con la spiritualità, o pensiero astratto, sebbene ciò non venga indicato in modo diretto. “Radice del cielo” ha senso da un punto di vista intuitivo, anche se leggendo dobbiamo pensare di cosa esattamente si tratti. Scoprendo questo, o cercandone il significato, il lettore contempla lo “spazio bianco” (N.d.T. – idealmente, quello presente sulla pagina, ossia la parte “non scritta” di ogni haiku che con esso dialoga). Lo spazio bianco è essenziale nello haiku per assicurare la profondità e una più grande quantità di interpretazioni.

Lo spazio bianco accresce anche la possibilità di echi e rimandi. In questo haiku, la risonanza si realizza avendo due parti che interagiscono: il primo verso da un lato, gli ultimi due dall’altro. Sebbene il legame tra “nebbia” e “quindi invisibile” sia chiaro, cosa rimane indistinto è il significato della parola “radice” e come le due parti siano emotivamente connesse.

Per quanto mi riguarda, quando ho letto questo haiku, ho avuto l’impressione che l’autrice stesse facendo una riflessione sull’invisibilità di una “Forza superiore” o di Dio. Il fraseggio emotivo di questo componimento mi supporta nell’avere questo genere di percezione. Se il termine “quindi” fosse stato omesso, la lettura dello haiku sarebbe risultata drasticamente diversa. Allo stesso modo, “inverno” sottintende uno stato d’animo in un certo qual modo legato ad amarezza e a sofferenza, e accresce il contenuto emotivo del componimento. Se solo questa parola non ci fosse stata, la lettura dello haiku che ne sarebbe conseguita avrebbe anche potuto cambiare considerevolmente.

D’altra parte, la poetessa potrebbe fare una riflessione riguardante la consistenza del cielo in termini fisici, a partire dall’inizio dell’esistenza della Terra. Ci è ancora oscuro, scientificamente, di come abbia avuto origine la vita sulla Terra…

In termini di suono, è la lettera “o” (N.d.T. – nella versione inglese, ovviamente) che spicca in modo prevalente: “fog”, “root”, “so”. A volte, come scrittori di haiku, tendiamo a dimenticarci di quanto la sonorità in sé possa portare (o aggiungere) significato al componimento, similmente a quanto accade in altri generi poetici. In questo haiku, a mio modo di vedere, è proprio la lettera “o” a conferire un particolare senso di struggimento.

Inoltre, così come il secondo verso, anche il terzo è di cinque sillabe. Anche se quest’ultimo pare breve, esso porta con sé in modo sapiente forma e contenuto, rivelando, in un certo senso, una “ampiezza” ben maggiore. Questo dà ai lettori l’impressione di un verso assai più denso e consistente rispetto alla sua brevità verbale.

Una pregevole combinazione di risonanza, “spazio non scritto”, sonorità e gioco sillabico: questo haiku offre molto di più di quanto si possa cogliere alla prima lettura.

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Katsushika Hokusai,  Fuji in Mist (Muchû no Fuji): Detatched page from One Hundred Views of Mount Fuji (Fugaku hyakkei) Vol. 1, Edo period, 1834 (Tempô 5) Edo period, Late, 1789-1868

nebbia invernale la radice del cielo

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