Una lettura in italiano del commento di Nicholas Klacsanzky allo haiku di Lucia Fontana – i’m the pomegranate – pubblicato sul The Mainichi Journal il 3 novembre 2016, tradotto da Oscar Luparia

nishimura-hod-333-sparrow-hawk-on-persimmon-branch-12 (1) (FILEminimizer)vento d’autunno
e sono il melograno
sono il suo ramo

© Lucia Fontana

Nella prima strofa, abbiamo la presenza di un kigo, un riferimento stagionale all’autunno. Inoltre, il melograno è un kigo che tipicamente si addice al periodo centrale dell’autunno. L’autunno è una stagione che risulta spesso “seria” e introspettiva, nonostante i bei colori che mette in mostra. Quando le cose che stanno morendo tutte intorno -foglie, fiori, frutti e altro ancora – ci abbandonano manifestandosi in un modo così avvincente, fa talvolta pensare che la natura stia comunque cercando di aprirci il cuore.

Un vento d’autunno può rendere il processo di caducità della vita più accelerato, avviando alla fine ciò che è già fragile di per sé. Nel risuonare agghiacciante del vento, sorge una malinconia che è difficile da descrivere.

Tuttavia, il mondo continua a suggerire l’aspetto della “compassione”.  Una delle cose principali che la poesia giapponese cerca di mettere in evidenza è il cuore umano, soprattutto in relazione alla natura. Negli ultimi due versi dello haiku, l’autrice esprime, a mio parere, proprio la compassione e il suo legame con il melograno.

Sia metaforicamente sia scientificamente, la poetessa esplicita il suo collegamento diretto con la natura. Forse percepisce qualcosa nel melograno che è come lei, o forse sta dicendo che,di fatto, non c’è separazione tra le cose: lo spazio tra le diverse entità è pieno di atomi in continua vibrazione e, su un livello atomico, è difficile cogliere vere e proprie separazioni.In realtà non ci può essere fisicamente alcuna dimensione che non contenga alcunché. In questo senso, è l’infinito propagarsi della vita a mettere in collegamento tutti noi, senza uno spazio che ci separi.

Nell’ sprimere questo collegamento, l’autrice si rivolge al melograno per dirgli: “Tu non sei solo. Poiché, di fatto, io sono te ed avverto la tua sofferenza”.  E questa è una consolazione…

Abbandonando queste considerazioni filosofiche, possiamo guardare allo haiku anche sotto il profilo tecnico-compositivo. I versi scorrono con naturalezza, con un primo verso breve, un secondo più lungo e uno finale nuovamente corto (che è il modo più comune per disporre i versi di uno haiku in lingua inglese). Per quanto riguarda la sonorità, la lettera/pronome  “io” spicca con forza, e credo che sia proprio questa scelta a rimarcare maggiormente il concetto della consolazione.  La lettera “m”, dal canto suo, induce una sensazione quasi lenitiva.

Nel complesso, lo haiku emana un’atmosfera di sofferenza e di quiete insieme. Questa mescolanza di sensazioni è decisiva affinché lo haiku possa superare la prova del tempo. Se uno haiku presenta un solo punto di vista, meno c’è da aspettarsi da esso. I migliori haiku sono quelli che presentano una stratificazione in termine di significati e, in definitiva, di sentimenti.

– Nicholas Klacsanzky

Traduzione di Oscar Luparia

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